Noi lo suoniamo ancora. 1980: Galactica dei Rockets, il gruppo che voleva superare la tendenza del rock style dei Led Zeppelin

Rockets

Formatisi in Francia nel 1974 su iniziativa del produttore Claude Lemoine i “Les Rockets” si pongono l’obiettivo di superare la tendenza del rock stile Led Zeppelin strizzando l’occhio alla disco elettronica.
Il primo album dei Rockets è l’omonimo lavoro del 1976 che ha quale top track il brano Future Woman presente in due versioni (slow e disco).

Look spaziale

Già in quell’anno il loro look spaziale, argenteo e alieno, è completo: usano costumi in lamé di taglio fantascientifico, chitarre e bassi fatti costruire in forma di stella, sole o altri simboli arcani; l’uso del vocoder non è ancora arrivato ma le voci sono già fortemente elaborate in modo da sembrare provenienti da altri mondi; negli spettacoli fanno uso di fumi, luci e pirotecniche non comuni in gruppi di piccolo calibro.

Spacca Future Woman, ma non va male anche Apache

L’unico pezzo che va in air-play sulle radio è il sopracitato Future Woman, ma anche lo strumentale Apache, cover di un classico degli inglesi Shadows del 1962 si fa notare. Il resto dell’album è ricco di paesaggi sonori alieni ed anche rockeggianti, ma nessuno degli altri pezzi supera l’indifferenza.

Nuovamente sulla strada nel 1978

Il secondo album (1978) porta il nome del brano che a tutti gli effetti li lancerà nelle classifiche centro-europee: On the Road Again. La base è un vecchio pezzo dei Canned Heat, blues band del Sud degli USA, pezzo che i Rockets interpretano secondo il loro caratteristico stile, facendone un tormentone disco-psichedelico che vende un gran numero di copie ed è ballato in tutte le discoteche nell’estate 1978.
Il resto dell’album è della stessa caratura; i pezzi sono omogenei tra loro sia in stile che in sonorità e mantengono, per così dire, l’atmosfera costante per tutta la durata dell’LP. Inoltre, la quantità e l’uso degli strumenti elettronici (vocoder, sintetizzatori ed effetti per chitarra) è dominante ed avveniristico. Con questo album il tastierista Fabrice Quagliotti entra a fare parte della band.

Accomunati ai Kraftwerk

La contemporanea uscita di On the Road Again e di The Robots eseguita dal gruppo tedesco Kraftwerk (entrambi i pezzi facevano uso della voce modificata con il vocoder) ha fatto sì che i due gruppi venissero accomunati, anche se il loro stile era a larghi tratti differente.

Rockets italiani

Nel 1978 i Rockets, si può dire, “emigrano” in Italia. Il produttore Maurizio Cannici, manager della CGD-Messaggerie Musicali, storica etichetta italiana, si “innamora” di loro dopo aver assistito a una loro esibizione in una discoteca di Cannes e riesce quasi a trapiantarli, con l’effetto che dall’estate 1978 in poi i Rockets saranno presenti in pianta stabile in Italia molto più di quanto non lo siano nella stessa Francia o nel resto d’Europa. L’operazione commerciale di Cannici sortisce ottimi risultati: i Rockets in Italia arrivano subito in TV partecipando a trasmissioni quali Stryx e Arrivano i mostri; le vendite dei dischi, le presenze ai concerti e sulle riviste sono pari a quelle dei più grandi calibri della musica internazionale.

Plasteroid: il tripudio

Nel 1979 i Rockets pubblicano Plasteroid, unanimemente considerato il loro lavoro migliore e il più rappresentativo in senso globale. Le canzoni sono scritte quasi tutte a quattro mani: dal bassista Gerard L’Her, che di solito le canta anche tutte, e dal chitarrista Alain Maratrat. Il loro successo è dovuto ad un mix di 4 musicisti ricercatori di suoni nuovi che lavorano in perfetta simbiosi insieme a Claude Lemoine. Il cantante Christian Le Bartz è sicuramente il frontman dal vivo e catalizza l’attenzione del pubblico “interpretando” le canzoni anche con le movenze sul palco, ma in realtà canta molto poco (solo alcuni interventi col vocoder e alcune strofe qua e là). La voce principale di tutti gli album dei Rockets dal ’77 all’85 è infatti del bassista Gerard L’Her.

Visioni del futuro

I testi, nella stragrande maggioranza, parlano di visioni di un mondo futuro, di possibilità tecnologiche e umane, di desiderio di altri mondi su cui ricominciare. Non ci sono testi d’amore, di introspezione, di denuncia, o altro; una ragione per la quale parte del pubblico li considera, in ogni caso, un gruppo “leggero”. Un’altra nota va fatta sui numerosi brani strumentali presenti nei loro dischi. È raro che un gruppo di nascita “rock” si dilunghi in brani strumentali, a meno che non siano code o “jam-sessions” alla fine di brani cantati. I Rockets in 5 dischi ne inseriscono addirittura 8 (10 se non consideriamo alcune voci di sottofondo presenti in un paio di brani).

Galaxy: il lavoro culmine

All’alba del nuovo decennio (1980) i Rockets pubblicano il capolavoro del genere: Galaxy, che contiene la trascinante Galactica contenuta nel loro lavoro-culmine, il concept album Galaxy molto ambizioso, in cui il gruppo riversa tutte le energie e potenzialità.